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PALATO FINE 2006

In ambito letterario la scienza in cucina e l’arte del mangiar bene si manifestano nella stesura e nella divulgazione dei ricettari.
Le ricette di ogni epoca e di ogni latitudine ci raccontano le peculiarità alimentari dei popoli : le gerarchie sociali del desco, le regole mondane dell’etichetta, le tecniche del contrappunto, il livello tecnologico degli utensili, i pesi, le misure e la rappresentazione del sacro attraverso i significati dei riti a tavola.
Se nella scorsa edizione ci siamo soffermati sul dove – come – quando ciò accada, quest’anno cercheremo di risolvere la questione più enigmatica e tortuosa: perché?
La prima cena riguarderà le sovrastrutture più antiche e presenti in ogni civiltà: le regole e i significati delle proibizioni alimentari. Perché gli indiani venerano l’ animale che non mettono in pentola, mentre i mussulmani lo disprezzano? Perché il latte è il nostro alimento più sacro mente suscita un insopportabile disgusto nel popolo cinese? Perché non mangiamo insetti, animali domestici, carne umana o piante allucinogene, mentre in altri popoli o in altre epoche, questi tabù sono assenti?
Partendo dalle opere di Dante e dalla cosmologia medioevale, durante la seconda cena ci soffermeremo sulla teoria galenica dei quattro umori, dell’influsso del seme maschile sulle virtù dell’anima e di come il potenziamento della complessione del seme, generi una cucina di corte al servizio delle monarchie assolute.
L’alchimia sarà invece l’argomento della terza cena: l’apparato digerente come alambicco del corpo umano è il punto di partenza per una teoria della cucina ermetica, alla ricerca della quint’essenza, dell’elisir di lunga vita e di una gastronomia che realizza una spuria Opera Regia attraverso l’estrazione dei sughi e dei fondi di cottura: è la nascita della cucina moderna!
La quarta e ultima cena affronta il tema del tramonto della cucina naturale, l’imporsi dell’alimentazione chimica e industriale e la proliferazione di nuovi alchimisti della ristorazione planetaria, alla ricerca di un’inedita pietra filosofale per riportare in vita la gastronomia artigianale, cimentandosi nell’arte della cucina potenziale e nella divinazione degli ingredienti arcani di posizionamento su Google.

LABORATORIO
Laboratorio gastronomico per la messa in Opera della Merenda Ermetica
(una volta introdotta la materia trattata, i partecipanti progetteranno e realizzeranno 6 tartine magiche utilizzando i filtri d’amore, gli elisir, i numeri della cabala, i talismani eduli, le 4 fasi dell’Opera alchemica, le simbologie cromatiche del cibo, i riti delle divinazioni alimentari….)

PRIMA CENA ( le proibizioni alimentari)
Antipasto (non segnalato dal menù) “TARTINE AL BALSAMO DI MUMMIA”
Primo piatto: “RISOTTO DI VACCA ALL’INDIANA”

Libro: “Buono da mangiare” di Marvin Harris

Frase: “Dicano quello che vogliono, uno dei piaceri della vita è riempirsi di vaccate” (Snoopy)
Secondo piatto: “KEBAB DI MAIALE”
Libro: “L’Eccellenza e Trionfo del maiale” di Giulio Cesare Croce
Frase: “Del cane non si butta via niente” (proverbio gastronomico vietnamita)
Terzo piatto : “FRITTURA AL GRASSO DELL’ IMPICCATO”

Libro : “Sotto il sole giaguaro” di Italo Calvino
Frase : “Non mangio mai ostriche. Il cibo mi piace morto. Non malato, né ferito: morto!”
(Woody Allen)
Quarto piatto : “ZUCCOTTO ALL’ASSENZIO CON JOINT AL PAPAVERO”

Libro : “Il pane selvaggio” di Piero Camporesi
Frase : “Le pappe alla canapa e le frittelle di farina di lino con mele e pevere muovono gli appetiti venerei” (Piero Camporesi)
SECONDA CENA (cibo e cosmologie medievali nell’opera di Dante)
“O SODALIZIO ELETTO ALLA GRAN CENA”
complessione e digestione nel convivio della vita nova

Aperitivo non segnalato dal menù “ORO POTABILE DI ISABELLA CORTESE”
Primo piatto : “GALANTINA VERDEGGIANTE DI SUOR HILDEGARD”

Frase: “Onde la potenza vegetativa, per la quale si vive, è fondamento sopra ‘l quale si sente, cioè vede, ode, gusta, odora e tocca” Convivio - Trattato III, capp. IV
Canzone : “Hepsi senin mi?” di Tarkan
Secondo piatto : “ZUPPA ORZATA”

Frase : “questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene” Convivio - Trattato I, capp. XIII
Canzone : “Asereje” Las Ketchup
Terzo piatto : “CAPRETTO IN POLVERE DI SIMPATIA “
Frase : “L'una parte chiamo cuore, cioè l'appetito; l'altra chiamo anima, cioè la ragione; e dico come l'uno dice con l'altro. E che degno sia di chiamare l'appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro a cui mi piace che ciò sia aperto” La vita nova - XLII
Canzone : “Visur Vatnsenda-rosu” di Bjork
Quarto piatto : “TALISMANI EDULI ALLO ZUCCARO”

Frase : “Mele e locuste furon le vivande/ che nodriro il Batista nel diserto” La Divina Commedia: Purgatorio - CANTO XXII
TERZA CENA (le quattro fasi dell’Opera Regia nella cucina ermetica)
Aperitivo non segnalato dal menù “BALSAMO DEL VOLO”
Primo piatto : “POZIONE DI FETTUCCINE DELLE TEMPESTE AL NERO”

Libro : “L’opera al nero” di Margherite Yourcenar
Frase : “Alla Reggente dei Paesi Bassi avrebbero offerto una colazione di marzapane, torta di pasta frolla alla mandorla e confettura”
Secondo piatto : “ELISIR DI CICOGNA AL BIANCO PER APRIRE LE SERRATURE”

Libro: “Il cuoco gentiluomo” di Livio Cerini di Castagnate
Frase : “Prima di entrare nel regno delle salse si deve passare per i propilei dei fondi : Fondo scuro, Fondo chiaro, Fondo rosso chiaro e rosso scuro”
Canzone : “Potenza sessuale 3000” di Divino Otelma
Terzo piatto : “CORDIALE DI STOCCAFISSO AL ROSSO PER RIPORTARE LA VITA”

Libro : “CORREGGIO La camera alchemica” di Michele Frazzi
Frase” Poi si tolse a fare alla Madonna della Steccata una opera grandissima a fresco...In questo tempo (il Parmigianino) si diede all’alchimia, et pensando in breve arricchirne, tentava di congelare il Mercurio...” (Giorgio Vasari)
Quarto piatto : “TORTA AI FATTORI ARCANI DI POSIZIONAMENTO SU GOOGLE”

Libro : “Accavallavacca” di Stefano Bartezzaghi
Frase : “E’ stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso, dobbiamo essere prudenti e procedere a passo d’uovo”
QUARTA CENA (cucina e critica gastronomica del terzo millennio)
cucina molecolare e critica della ragion leccarda

Aperitivo non segnalato dal menù “ELISIR DELLA POTENZA SESSUALE”

Primo piatto : “CAPPUCCINO DI RICCIA AL PACO-JET”

Testo : “Così mangiò Zarathustra” di Woody Allen
Frase : “Cartesio distinse mente e corpo, cosicché siamo liberi di ingozzarci mentre la mente pensa ‘Non sono io!’ “
Secondo piatto : “POLPETTE DI UGO TOGNAZZI”
Libro “Maccheronica” di Camillo Langone
Frase: " Se Almodovàr e Zapatero si sposassero (fra di loro), Adrià correrebbe a fare il catering"
Terzo piatto : “RAVIOLI AL SAPORE DEL MEDITERRANEO” di Fulvio Pierangelini

Libro : “Fulvio Pierangenini. Il grande solista della cucina italiana” di Raffaella Prandi
Frase : “Più la cucina è apparentemente semplice, più bisogna sorvegliare perché i margini di errore aumentano”
Quarto piatto : ”DUCHESSA DI PARMA CON CREMA MOLECOLARE”

Libro : “Il gelato estemporaneo” di Davide Cassi, Ettore Bocchi
Frase : “La parola ‘molecolare’ è brutta e suona male, ma è inutile ribellarsi: è una battaglia persa in partenza. In fondo, fino a pochi anni fa ‘biologico’ evocava cataste di rifiuti puzzolenti mentre ora e diventato sinonimo di salute e pulizia”
TARTINE QUATTRO LABORATORI DI PASTICCERIA 1) TARTINE D’ARTISTA Erede del Camp, del Dadaismo e del Cannibalismo nasce oggi una nuova corrente artistica: il Tartinismo. Un laboratorio d’Arte Istantanea in cui vengono riprodotte e divorate le più significative opere della produzione contemporanea, realizzate in forma di tartine. Il Tartinismo introietta, rielabora, condisce e digerisce le avanguardie del ventesimo secolo, adottando concetti, stili e tecniche dell’Espressionismo, del Cubismo, del Surrealismo, della pittura Metafisica, dell’Astrattismo, dell’Eclettismo, del Pompier, della Pop-art, del Seriale, del Trash e del Pulp. Emanazione del gusto Preraffaellita e No-global per il lavoro artigianale, è Architettura Organica e Post-moderna, è opera classica ad olio per la presenza costante di maionese, è Infantile, Contadina, Localista, Naife; è Arte Povera che utilizza i materiali della cucina quotidiana ed i suoi scarti, è Body-art con destino scatologico alla Piero Manzoni; è Nomade, Caricaturale, Miniaturista, Cinetica, Minimalista, Iper-realista, Concettuale, Etnica, aromatica, calorica e fragrante. Rispettosa dei dettami del Manifesto della cucina Futurista, è Arte Totale capace di coinvolgere i cinque sensi ed è infine smile food, punto d’incontro tra l’Informale fast food e il Primitivista slow food. PICASSO Fare un rettangolo composto da sei tartine, con fondo spalmato irregolarmente per mezzo di spatolate a due colori. Realizzare un volto femminile irregolare con uova sode, carote, peperoni rossi, ecc… WARHOL Spalmare sei tartine con sei salse diverse dai colori vivaci (coloranti). Disporre su ogni tartina tre fette di albume sodo. Sostituire quasi tutti i cerchi di tuorlo con dischi di vario colore ricavati da formaggi e verdure MONDRIAN Fondo nero o bianco con paté di olive o maionese. Sovrapporre quadrati e rettangoli fatti con sottilette, peperoni, melanzane, patate…
ENRICO BAJ Spalmare il fondo delle tartine con una salsa chiara composta di maionese e salsa verde. Creare la faccia con una sottiletta, ritagliando un foro rettangolare sbilenco per realizzare la bocca. Aggiungere: i capelli fatti con l’insalata tagliata a striscioline arricciate; il naso di carota sott’aceto, i denti con piccoli rettangoli di sottiletta o chicchi di riso soffiato; infine gli occhi sovrapponendo a due fettine di cetriolo i capperi…….. 2) TARTINE ALCHEMICHE e TRAMEZZINI ERMETICI Il “Cucchiaio d’oro” dell’alchimia in cucina è la divinazione degli ingredienti; in essa non c’è cuciniere che non sogni le “essenze”, gli “spiriti”, i “succhi vitali”. In questo senso è anche il rito di nascita della cucina come scienza sperimentale, una cucina votata, soprattutto alla ricerca del principio ermetico degli alimenti. Insomma, l’obiettivo dei partecipanti sarà quello di estrarre dalla materia il suo succo vitale, l’essenza, la quintessenza e finanche “la forte forza di tutte le forze”. La struttura delle salse, i fondi, gli insaccati, i sott’olio, finiscono così per seguire il “cammino” del lavoro alchemico. Da subito vediamo l’opera in nero, la cui prima tappa è la mortificazione degli ingredienti. Per essere saporita, la carne dei salumi dev’ essere “mortificata”, solo a questo punto si ha la necessaria liquefazione della sostanza, la dissoluzione della materia. Dopo quest’opera in nero viene l’opera in bianco. Comincia con un processo di sublimazione attraverso il quale il materiale terrestre si trasforma in acqua e in aria. Sul “fuoco” delle divinazioni rituali inevitabilmente questo liquido subisce una “combustione lenta e controllata”. La nostra tartina, dopo essere stata legata, sarà elaborata a “piccolo fuoco” alchemico. A questo stadio dell’operazione con la scienza dell’alchimia si ottiene la panacea, nel laboratorio gastronomico, invece, un capolavoro di sapori. (L’opera in nero e quella in bianco sono tappe del processo alchemico di fabbricazione delle “panacee”, la terza e ultima tappa è quella dell’opera in rosso.) L’analogia tra cucina e alchimia non si riduce a una somiglianza di procedure o di ricette per salse, ma investe anche il senso magico di questi due “fare”. Detto altrimenti, l’arte delle tartine alchemiche partecipa al progresso dello spirito umano. Facciamo alcuni esempi: INCANTO SIMPATETICO DELLA BELLEZZA. Mettere nei capelli un po’ di rosmarino e annusare un rametto di rosmarino. Scrivere il proprio nome in rosso su carta commestibile, appoggiarlo sulla tartina realizzata e porgere a fianco un po’ del rosmarino annusato. VUDU’ CONTRO LA MALINCONIA. Creare un cerchio di peperone giallo, passarlo sulla fiamma di una candela, soffiare via il fumo e sistemare il cerchio sulla tartina. Porre al centro l’immagine stilizzata del demone da scacciare e operare ripetutamente con gli stuzzicadenti. RISOLLEVARE LO SPIRITO. Creare sulla salsa di base una lettera dell’alfabeto coi fagiolini, farla roteare di 360° con uno stuzzicadenti in senso antiorario, pronunciando il nome della persona indicata dalla lettera. Proseguire nella realizzazione della tartina senza guardarla direttamente ma attraverso uno specchio…… 3) TARTINE ARALDICHE Il tartinismo araldico è la scienza del blasone gastronomico, cioè lo studio degli stemmi alimentari. In altre parole è quel settore del sapere culinario che ha lo scopo di individuare, riconoscere, descrivere, catalogare gli alimenti utilizzati per identificare in modo certo una persona, una famiglia, un gruppo di persone o una istituzione. L’araldica gastronomica vuole dare la possibilità a ciascuno, quale che sia il suo stile o il luogo in cui vive, di produrre un oggetto commestibile che contenga tutte le informazioni essenziali per corrispondere senza alcun errore alla descrizione dello stemma. Evoluzione alimentare del narcisismo, è corredo ideale per realizzare una giocosa schizofrenia ponendosi quale meritevole oggetto di accurate ricerche per una vera e propria Fondazione dedicata a se stessi. E si sa, ogni Fondazione, come ogni Accademia, Comune o Provincia, è dotata di uno stemma!. Se il prodotto è stato fatto secondo le regole araldiche, chiunque conosca tali regole è in grado di ricostruire la esatta descrizione semplicemente guardando la tartina. L'araldica in cucina studia la struttura fondamentale dello "stemma" che è componente principale dello scudo personale. L'araldica riconosce i materiali solo nella loro essenza di materiale astratto e non nel singolo alimento che può essere in realtà utilizzato nei vari casi. Ugualmente non è importante il modo in cui viene disegnata una figura araldica, quale ad esempio una luna, ma la posizione o gli elementi particolari utilizzati come mezzi di identificazione. Una tartina-stemma ha due componenti: il campo e le figure. Il primo rappresenta lo scudo e può essere di un unico colore (scudo pieno) oppure ripartito in aree distinte, le cosiddette "porzioni", di colore diverso. Le seconde sono tutte quelle forme che possono essere realizzate sul campo. Per potersi inquadrare sullo scudo, questo è stato diviso in 9 zone dette punti dello scudo. Questi punti sono identificati da nomi, che variano di poco secondo gli autori, eccezion fatta per il «punto centrale» (5) detto anche «cuore» o «abisso». Le 4 partizioni di base (chiamate colpi guerrieri) sono: · 1. il partito · 2. il troncato · 3. il trinciato · 4. il tagliato Queste partizioni di base possono combinarsi all'infinito · 5. l'inquartato (molto frequente) = partito troncato · 6. l'inquartato in croce di S.Andrea = trinciato tagliato · 7. il gheronato = partito troncato trinciato tagliato (in 2 colori alternati) Scudi: Forme degli scudi · Punti degli scudi Smalti: Metalli · Colori · Pellicce · Regola di contrasto dei colori Linee di contorno Partizioni: Campo dello scudo · Convenevoli partizioni · Ripartizioni Pezze: Pezze onorevoli · Pezze ordinarie Figure: Figure naturali · Figure artificiali · Figure chimeriche Ornamenti esteriori: Elmo · Corona · Svolazzi · Cercine · Penne · Manto · Cimiero · Motto · Sostegni · Tenenti Le figure naturali si mettono sul campo libere almeno da due lati, e sono anch'esse numerosissime. Molte derivano dalle arti e dai mestieri. Tutte queste figure hanno naturalmente un significato simbolico, desunto di solito dalle speciali attitudini proprietà, condizioni, o presunti influssi degli oggetti raffigurati, e che originariamente si intendeva attribuire al soggetto titolare dell'insegna (individuo, famiglia o ente sociale) Vi sono poi figure che derivano dalla mitologia o che sono di pura fantasia come il drago, il liocorno, la sirena, la sfinge, l'aquila bicipite, il centauro, la fenice, l'arpia, l'ippogrifo ed il basilisco. Il campo dello scudo può essere di uno o più colori. I colori sono anche detti smalti. I colori principali sono quattro, e cioè il rosso, il verde, l'azzurro ed il nero. A questi se ne aggiungono altri tre, detti secondari, e cioè il porpora, la carnagione ed il colore naturale. In Italia si usa anche il campo di cielo, mentre in Inghilterra esistono anche il cannellato, l'aranciato ed il sanguigno. Esistono poi due metalli, e cioè l'argento e l'oro, e due pellicce, e cioè l'ermellino e il vaio. La corona è l'altro ornamento fondamentale dell'insegna. Le famiglie nobili usano corone d'oro, formate da un cerchio brunito o arabescato, gemmato, cordonato ai bordi e sostenente i simboli del titolo o della dignità. Riassumendo: nel corso del laboratorio ogni partecipante avrà a disposizione 6 tartine. Una tartina, quella centrale in basso ( fondamentale ), sarà realizzata secondo le regole suddette dello scudo. Sopra questa andrà collocata la tartina che contiene la corona, le piume e il cimiero. Ai lati di questa verranno realizzate e poste le due tartine che contengono il manto e gli svolazzi. 4) FOCACCE AFRODISIACHE E SPIEDINI …TOTEMICI focacce afrodisiache Il vocabolario amoroso e quello gastronomico si intrecciano costantemente. La pelle è di pesca, i capelli un campo di grano, gli occhi a forma di mandorla o color nocciola, la bocca color ciliegia, le labbra polpose, le forme appetitose. Attraverso il binomio cucina-eros si giunge ai cibi afrodisiaci. Fu dal nome della dea dell'amore (Afrodite) che venne coniato il termine "Afrodisiaco", che sta ad indicare ogni sostanza capace di eccitare o esaltare lo stimolo e il potere sessuale. Sebbene in natura esistano dei veri e propri afrodisiaci in realtà ogni persona può inventarsene alcuni personali utilizzando le simbologie della tradizione alimentare: elaborare accompagnati dal profumo dell’incenso ritualizzare attraverso il suono della campanella ripetuto 3 volte stabilire la posizione della stella definire luna calante e luna crescente calcolare il codice cabalistico numerologico personale utilizzare la simbologia degli alimenti: zenzero, il viaggio; rosa, l’amore; miele, il lavoro; salvia, seppellire l’ascia……. spiedini totemici Lo spiedino è simbolo di una cultura, un simbolo totemico della comunità . Bisogna quindi distinguere lo spiedino simbolo dallo spiedino cibo. È un totem. Il totemismo (Levi Strauss) è un sistema logico che identifica nel totem gli appartenenti allo stesso gruppo. È quindi fonte di identità sociale. Dal totem hanno origine divieti alimentari e sessuali (non si può mangiare il totem né congiungersi con individui dello stesso gruppo totemico). Regole che la società infrange palesemente: lo spiedino si mangia nonostante sia un totem! È un totemismo imperfetto che rende chiaramente difficile distinguere e articolare tra loro l’identico e il diverso, il maschile e il femminile, ciò che può e non può essere mangiato. La mitologia e il rituale degli spiedini sono sempre legati alla Mamma (figura femminile estremamente ambigua), una figura emblema della riproduzione ma al tempo stesso, in quanto madre, negazione della sessualità.
Erigere un totem gastronomico vuol dire porre, uno sull’altro, infilzati nello spiedino, gli elementi magici realizzati nel corso del laboratorio, seguendo un percorso “narrativo” fatto di logica, simboli e di gusto personale 1 2 3 4 5 6 7 8 schema cabala semplificato a b c d e u o f i k g m h v z p q r l t n w j s x y 1 numeri magici 2 3 4 5 6 7 8 9 11 22 NERO BIANCO (+VERDE) ROSSO ORO k FEDELTA’ h MARE p AMORE à DONNA R UOMO ' CANDELA " FORBICI % CAMPANELLA ? TALISMANI EDULI _ TRASFORMAZIONE 6 TEMPO ù 3 v 4 I 5 T 6 7 SETTE O FORMULA L SPECCHIO N VODOO U CUORE















Le componenti dello stemma
Due altri punti sono il «punto d'onore» (H) e l'«ombelico» (N).
Si definisce partizione la divisione regolare in più zone geometriche di un campo, di un carico o di un elemento di una partizione preesistente. Le zone così definite si trovano sullo stesso livello (si considerano « fianco a fianco », a differenza di un carico che si considera « sovrapposto »).
Partizioni composte
Partito semitroncato
Semipartito troncato
Inquartato
Inquartato in Croce di St. Andrea

Figure naturali
Figure artificiali

Figure fantastiche
Colori
Smalti, metalli e pellicce
Rosso
Azzurro
Verde
Porpora
Nero
Naturale
Oro
Argento
Ermellino
Vaio
Le corone

Ai lati dello scudo, le due tartine che contengono il manto e gli appoggi. E’ possibile infine completare l’opera con una scritta personale realizzata con pennarelli gastronomici su pergamena commestibile.











Beltà splendea
Rassegna d'arte, poesia e gusto

A cura del Comune di Medesano in collaborazione con l’Associazione Culturale Galatea e Marco Piancastelli dal 27 aprile al 1° giugno
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“L’Amministrazione Comunale di Medesano, stimolata e incentivata dal successo di pubblico ottenuto lo scorso anno con la rassegna d’arte e poesia “Il Ritratto”, ha deciso di proporre questa primavera una nuova iniziativa culturale particolarmente originale e raffinata, dal titolo evocativo “Bealtà Splendea”.
Nutrirsi d’arte e poesia, per amplificare il nostro senso del ‘gusto’ e la nostra inclinazione verso la ‘bellezza’ coinvolgendo in questo gioco tutti i nostri sensi, è un esercizio che non può altro che procurarci una sensazione di benessere…
La cultura infatti, attraverso tutte le sue espressioni, arricchisce la nostra esistenza e costituisce un indispensabile nutrimento per la nostra ‘anima’.
Gli incontri di questa rassegna vogliono dunque essere una celebrazione del ‘bello’ in tutte le sue forme e significati e, nello stesso tempo, un’opportunità di incontro, scambio e socializzazione per tutti coloro che vorranno partecipare a questa iniziativa.
L’invito che rivolgo a tutti è quindi quello di cogliere al volo questa occasione, un inno conviviale alla gioia di vivere e stare insieme.
Un ringraziamento particolare va infine alla ‘Camst - La ristorazione italiana’, che ha voluto contribuire con la propria sponsorizzazione alla realizzazione della rassegna.”
27 aprile e 25 maggio 2006 – ore 21.00
Teatro-cinema di Medesano
“Beltà splendea” video-conferenze di Storia dell’Arte a cura di Gerardo Lunatici
L’idea del bello – in ogni epoca e luogo - è cambiata seguendo modelli e percorsi culturali differenti; il gusto stesso si è storicamente trasformato col succedersi delle diverse civiltà, e la Pittura, nella Storia dell’Arte, ha mantenuto nelle opere dei suoi artisti le tracce suggestive di questa continua evoluzione. Queste due video-conferenze hanno dunque lo scopo, attraverso l’analisi dei vari percorsi storici e degli artisti presi in esame, di avvicinarci a tali cambiamenti, facendocene quasi toccare con mano gli effetti.
27 aprile, ore 21.00
Beltà splendea: l’ideale della bellezza e la sua rappresentazione nell’arte
In un suggestivo excursus tra immagini e parole, Lunatici ci guiderà in un affascinante percorso tra le mutazioni del senso del bello e del “gusto” dall’antico Egitto alla Grecia, da Roma al Medioevo, dal Rinascimento a oggi.
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25 maggio, ore 21.00
Il corpo nudo e il corpo vestito: la bellezza nell’evolversi degli abiti e nelle pose del corpo
La moda ha certo caratterizzato da sempre l’evolversi dell’abbigliamento, ma i pittori hanno spesso rincorso un altro ideale di bellezza, quello del corpo nudo, femminile e maschile. In questo appuntamento verrà quindi illustrata la conturbante vicenda del vizio più antico e diffuso nel tempo: la vanità.
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3 e 17 maggio 2006 – Ore 20.00
Baita degli alpini di Medesano
“Belle di maggio”
appuntamenti artistico - gastronomici a cura di Marco Piancastelli

In questi incontri ciascuno vivrà di persona come il cibo può diventare invenzione, poesia, salute, religione, storia, bellezza, costume… in una parola sola: cultura. Ogni appuntamento inizia con la lettura delle ricette di cucina o
delle formule cosmetiche del giorno - sempre inseguendo il Bello nelle sue
varie forme - e termina con la degustazione dei piatti descritti. Nel corso degli incontri, accompagnati da sottofondi musicali, viene inquadrato il periodo storico, l’ambito geografico e culturale di ogni pietanza o “intruglio” degli artisti e degli inventori che ce li hanno tramandati.
3 maggio ore 20.00
Cosmetici & conserve
dietetica e beauty farm da Nostradamus a Mességué

Un percorso estetico-gastronomico tra un ritrovato per rinfrescare l’alito e una confettura di amarene, dalla tavola al boudoir, dalle pozioni alchemiche per Caterina de’ Medici, Regina di Francia, alla scienza del benessere nelle dimore esclusive dei dietologi contemporanei…

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17 maggio ore 20.00
Belle di maggio
“glamour, toilettes e cucina segreta delle Spose di Corte”
Fornai, confettieri, sarti, cappellai, modiste, pasticceri, calzolai, barbieri, ricamatrici, musicisti, pittori, decoratori: dal Quattrocento all’Ottocento tutte le regge d’Europa sono laboratori instancabili del gusto…
Compito delle spose giunte nel Ducato attraverso matrimoni combinati d’alto rango: introdurre a Parma le mode e i lussi della vita di Corte.
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La Bellezza - nella poesia come nella prosa – è uno dei temi portanti di moltissimi capolavori. Nessuno tra i poeti e gli scrittori è stato infatti insensibile al fascino della bellezza: bellezza della donna (o dell’uomo), della natura, del viaggio e dell’ignoto.
Parole piene di trasporto e suggestione – belle e splendenti - evocano scenari esotici e irraggiungibili, ma anche concreti e vitali, palpabili e carnali…
Roberta Bovaia guiderà i suoi ospiti in un viaggio all’interno della Bellezza
nella poesia e nella prosa attraverso l’esplorazione dei versi e dei testi di Petrarca, Poliziano, Lorenzo de Medici, Gongora, Quevedo, Shakespeare, John Donne, Dickinson, Keats, Coleridge, Whitman, Rilke, Neruda e Pessoa...
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1° giugno 2006 – Ore 21.00
Teatrino di Varano
“Il gusto dell'arte”: laboratorio creativo artistico – culinario a cura di Marco Piancastelli

Un gioco, una merenda, un modo per sottolineare le caratteristiche dell’arte contemporanea che tende a trasformarsi in segno, cioè in un elemento grafico di bellezza conseguita attraverso canoni estetici differenti… la rassegna si chiude con un laboratorio creativo, modo semplice e divertente per “portarsi a casa” non solo ricordi, ma anche nuove competenze.

Durante il laboratorio verranno scelti alcuni artisti contemporanei, realizzando tartine o antipasti attraverso tecniche e rappresentazioni che facciano riferimento agli artisti individuati: dalle languide fette di uova soda come gradirebbe Dalì agli occhi sbarrati in salsa di acciughe di Picasso.

Le serate eno-gastronomiche e il laboratorio creativo prevedono un costo d’iscrizione (comprensivo di cena o degustazione) e la prenotazione obbligatoria.
Palato fine, mente sottile
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Una rassegna dedicata dal comune di Felino al cibo, all'arte e alla letteratura. Al via il 7 ottobre con "Scrittori a tavola"

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Nel segno di una programmazione culturale di alto profilo, sempre capace di catturare l’interesse di un pubblico eterogeneo per gusti e stili di vita, proseguono a Felino gli appuntamenti dell’autunno con una raffinata quanto originale iniziativa intitolata ‘Palato Fine, Mente Sottile…’, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune in collaborazione con Natalia Robusti.
L’evento, che prenderà il via con l’inizio di ottobre, si sviluppa intorno al potere seducente del cibo sprigionato da sapienti combinazioni con l’arte, di volta in volta proposta in una veste innovativa tradotta nel linguaggio del sapore, sia esso pittorico, storico, letterario e culinario.
Aprono il ciclo due incontri speciali, inseriti tra l’altro nella programmazione di Dolci Colline in festa promossa dall’Associazione Pedemontana Parmense, ovvero ‘Scrittori a Tavola’ mostra di ritratti e citazioni dei più grandi scrittori sul tema del cibo, che inaugura venerdì 7 ottobre accompagnata da un ricco buffet di prodotti locali, ed ancora ‘Assaggi d’Arte’, laboratorio creativo artistico-culinario a cura di Marco Piancastelli.

La rassegna prosegue con ‘Ricette del tempo perduto’, diverse serate dedicate a letteratura, storia ed arte, che si concluderanno con una ‘grande abbuffata’: tra gli esempi, "Cronica" di Fra’ Salimbene De Adam ovvero l’archeologia delle lasagne; "Li quatro banchetti…" di Carlo Nascia o meglio gli anolini di Ranuccio Farnese; "Ricette immorali" di Montalban e il camembert impanato e marmellata di pomodoro, e molti altri ancora.

Altre due serate assolutamente inedite chiuderanno il ciclo di ‘Palato Fine, Mente Sottile…’, dedicate ai pittori a tavola, ovvero il cibo nella storia dell’arte e della pittura indagato nella sua simbologia, tra nature morte, banchetti e tavolate narrate ed illustrate da Gerardo Lunatici.
Ecco il programma della rassegna
7 ottobre - 3 novembre 2005
Scrittori a tavola a cura di Gerardo Lunatici in collaborazione con Francesca Cantadori
mostra di ritratti e citazioni di alcuni tra i più grandi scrittori, scelti tra quanti hanno trattato i piaceri della tavola.
Inaugurazione: venerdì 7 ottobre, ore 19.30 a seguire, ricco buffet di prodotti locali.
Ingresso libero.

sabato 8 ottobre 2005 - ore 17.00
Assaggi d'arte laboratorio artistico - culinario a cura di Marco Piancastelli in collaborazione con Natalia Robusti

Gli schizzi di maionese e senape alla Pollock, i tagli alla sottiletta ispirati a Fontana… antipasti e tartine come piccole opere d’arte ispirati ad alcuni artisti contemporanei.

Quota d’iscrizione 10,00 Euro, max 20 posti.

domenica 9 ottobre 2005 - ore 17.00
Dall'olfatto al gusto... degustiamo insieme a cura di Massimo Pelagatti e Filippo Valla
Durante l’incontro scopriremo come il vino si accompagna a formaggi e salumi, attraverso gli abbinamenti più indovinati e la degustazione di aromi e profumi.
Quota d’iscrizione 10,00 Euro, max 40 posti.
13 ottobre - 3 novembre 2005
Ricette del tempo perduto

Invito a cena con delitto

Il cibo può diventare invenzione, poesia, storia, metafora sociale... in una parola sola: cultura. Ogni appuntamento apre con la lettura delle ricette del giorno e termina con la consumazione dei piatti descritti, 
una vera e propria cena, o meglio un’abbuffata.
Quota a serata, comprensiva di cena, 25.00 Euro, max 20 posti a serata. I piatti saranno realizzati dalla gastronomia ‘Casa del Formaggio’ e dalla pasticceria ‘Bianco Lento’ di Parma.

Martedì 8 Febbraio 2005
ore 20
Istituto Professionale di Stato
"G. MAGNAGHI"
Salsomaggiore Terme (PR)
esercitazioni del corso serale
"CHIACCHIERE PROFUMATE
E DOLCI PROFUMI"

Il Carnevale come lo conosciamo noi è indiscutibilmente un prodotto del Medioevo.
Il nome ha un origine alto medioevale. Il termine ha come concetto la privazione della carne; designa il giorno o i giorni che precedono il principale periodo di penitenza previsto dal cristianesimo: la Quaresima. Data l'imminenza di un così lungo periodo di privazioni che investono tutti i campi, da quello alimentare, sessuale, ai giochi, diventa presto un periodo di durata variabile, da pochi giorni a molte settimane fra gennaio e marzo. In questo periodo si cerca di esaltare tutto ciò che in quaresima non sarà più possibile fare: abbondanza alimentare, sospensione di una serie di divieti, in alcuni casi violenza gratuita contro terzi. Prima di affrontare la penitenza, il carnevale assume ben presto per alcune comunità caratteristiche simili a quelle legate al passaggio dal vecchio al nuovo anno ( Francia ) . Oltre allo smodato modo comportamentale tipico di questo periodo, il carnevale, soprattutto in Italia, stimola la nascita di celebrazioni in forma di combattimento rituale, in cui vengono evidenziate le lotte fra varie parti di una stessa Città (quartieri, rioni, come ancor oggi avviene ad esempio nella battaglia delle arance ad Ivrea ), o fra categorie sociali diverse di cittadini, fra nobili, giochi di origine cortese dove è importante dimostrare la propria prodezza. Così durante il carnevale prendono piede le battaglie fra circoscrizioni cittadine in cui i gruppi provenienti da tutta la popolazione si affrontano a colpi di sassi, bastoni, ( oggi sostituiti da manganelli di plastica ) o pugni. Inizialmente questo fenomeno è tollerato dalle autorità locali, ma ben presto verrà regolamentato per ovvie ragioni di ordine pubblico.
Al carnevale sono anche legati momenti di passaggio di condizione, soprattutto matrimoni. Rimane a lungo uno dei periodi dell'anno preferiti per sposarsi, anche a causa delle indubbie connessioni con la propiziazione della fertilità. A partire dal quattrocento, il carnevale subirà una serie di attacchi. Dopo i tentativi di cristianizzazione a opera di moralizzatori come il Savonarola, sia la Controriforma, sia le Chiese, cercheranno di sopprimere questa festa decisamente troppo pagana. Ma il Carnevale sopravvivrà nelle sue caratteristiche di fondo fino all'età industriale. Saranno le tendenze di questi ultimi decenni la causa della scomparsa di una vera Quaresima: una cultura che non dà più la stessa importanza alla ritualità o alla festa ne farà tramontare il senso originario.
Come già descritto, il carnevale , destinato ad anticipare e compensare i rigori della quaresima , è il periodo dell'eccesso alimentare . Nelle settimane di penitenza che seguono, fino a Pasqua, non sarà più possibile, seguendo i precetti della Chiesa, mangiare carne e altri alimenti che eccitano i sensi, e anche gli Statuti cittadini, raccogliendo il principio religioso, ordinano di cessare la macellazione delle carni.Ecco allora una concentrazione, specialmente nell'ultima settimana di carnevale, dell'alimentazione carnea a tutti i livelli, di festini e banchetti (come giovedì e sabato grasso, la domenica e il martedì di carnevale). Il significato di questo fenomeno è in generale la sottolineatura dell'elemento stagionale: si finisce di consumare le scorte dell'inverno, e con il consumo di beni in grande quantità si propiziano abbondanza e fertilità.
Da sempre le maschere sono connesse al carnevale, tanto da far stabilire una sorta di equazione fra i due termini. Legata fin dalle sue origini a comportamenti folcloristici già pre-cristiani, la maschera assolve varie funzioni: simbolo delle forze vegetative della natura, mondo animale, mondo dei morti ( dove si rappresenta una personificazione dei defunti della comunità ). In ogni caso la maschera assimila il suo portatore al soggetto di cui prende le fattezze. Per questo motivo la Chiesa la condanna all' origine perché spezza la somiglianza fra l'uomo ed il creatore con il rischio di diventare un idolo diabolico. Inoltre non è neanche tollerata dalle autorità civili, perché ogni forma di mascheramento rende irriconoscibili gli autori di possibili crimini. Comunque il loro utilizzo viene tollerato in momenti in cui esso sia controllabile, come appunto durante il carnevale. Nel tardo medioevo il travestimento e le maschere diventano assai diffusi nei carnevali urbani, e specialmente nelle corti. Ad Amiens, in Francia per tutta la metà del quattrocento, a carnevale viene messo in scena un poema del XII secolo il Jeu d'Audigier. La storia rievoca l'esistenza burrascosa di un certo Audigier, nato in un paese dove la gente vive in mezzo agli escrementi. Battezzato in una tinozza in cui sua madre orinava, cresciuto a uova covate e cipolle marce, raggiunge l'età dell'iniziazione quando è giovane uomo e, come ogni cavaliere, parte per il mondo.Fatto prigioniero dalla vecchia Grinberge e vittima delle peggiori sevizie scatologiche, riesce a scappare, fa ritorno dalla madre e infine prende in moglie una donna perfetta per lui: non per niente la sposa non si è mai lavata in vita sua né ha mai usato uno straccio per pulire i pavimenti.
Per quanto rigarda i coriandoli, molto tempo fa erano fatti con i semi di una pianta chiamata, appunto, "coriandolo".Questi semi venivano tuffati nel gesso e poi lasciati seccare. Così assomigliavano a confetti, fatti apposta per essere lanciati dall' alto dei carri mascherati o da balconi e finestre.I primi coriandoli di carta furono forse inventati da un milanese che li distribuì ad una festa di carnevale per bambini.... erano coriandoli ricavati dai fogli di carta sui quali si tenevano i bachi da seta.Ora si fanno invece con macchine che tranciano i dischetti variopinti dalla carta da macero.

Il Carnevale è l'adattamento cristiano di antiche usanze pagane quali i lupercali (riti di purificazione del 15 febbraio celebrati dai sacerdoti "luperci") e i saturnali (festa popolare dell'antica Roma in onore di Saturno che nel periodo di svolgimento, tra il 17 e il 23 dicembre, annullava le barriere servili e sociali).
Come dicevamo, dal Quattrocento il Carnevale sostenne una serie di attacchi repressivi dai moralizzatori dell'epoca: giudicavano infatti troppo "pagani" i riti, i festeggiamenti e i banchetti che si svolgevano in quel periodo per le strade, tra il popolo, mentre nella quiete dei giardini e delle sale dei sontuosi palazzi, la nobiltà si dilettava in giochi "cortesi" sbalordendosi a vicenda per l'abilità nell'utilizzo delle armi.
Nel tardo Medioevo il travestimento si diffuse nei carnevali delle città. In quelle sedi il mascherarsi consentiva lo scambio di ruoli, il burlarsi di figure gerarchiche, il satireggiare vizi di persone o malcostumi con quelle stesse maschere, oggi note in tutto il mondo, che sono poi assurte a simbolo di città e di debolezze umane.
La tradizione del Carnevale ha fatto in modo che ogni regione italiana vanti una propria originalità richiamando turisti e visitatori da ogni parte del mondo.
Festa finalizzata al divertimento ed alla spensieratezza, il Carnevale è uno scoppio di frenesia provocatoria e irriverente, in passato veramente incontenibile e straripante. Nel carnevale vennero anche a confluire antichi riti agrari di purificazione e di propiziazione, connessi con le feste che segnavano il principio di un ciclo annuale o stagionale, ispirati al bisogno di rinnovarsi periodicamente espellendo il "male" (materiale e morale) accumulato. Tra le molteplici interpretazioni che si avanzano sull'etimologia della parola "carnevale", prende una qualche consistenza quella che la farebbe derivare da "carnem levare", imposta dalle autorità ecclesiastiche Medioevali. Nella cultura Cristiana il male si identificava con i peccati capitali, quello di gola in testa, che nella concezione popolare venivano esaltati un'ultima volta (il carnevale), per poter essere poi eliminati dalla "purificazione" (la quaresima). Durante le celebrazioni popolari questo scontro era rappresentato allegoricamente con recite di grande successo e larga partecipazione, come testimoniano diversi testi datati dal basso medioevo fino al '700, il più noto dei quali è forse "La guerra di Carnevale e Quaresima". Dallo scontro usciva vincitrice la Quaresima, e il Carnevale in forma di fantoccio o animale, veniva prima processato per tutti i mali accumulati, e poi condannato a morte, ma con la possibilità di fare testamento, una sorta di salmodiante evocazione di piaceri soprattutto mangerecci. Infatti, in tutti i carnevali italiani e dei paesi latini buona parte degli eccessi di questa festa riguardavano il campo alimentare.
Antichissima usanza è certamente quella di bruciare la vecchia. Le sue origini si perdono nel buio della preistoria, ed i resti della usanza che sono giunti fino a noi stanno ormai per essere sommersi dalla tumultuosa civiltà moderna.
Dall'usanza di bruciare, squartare,annegare, o di comunque sacrificare un personaggio umano, al termine del carnevale si trovano tracce in parecchie regioni d'Italia ed in altre di Francia e di Spagna: tale usanza dovrebbe perciò essere di origine latina.
A Fontevivo una festa del tutto peculiare è il MARCORDÌ SGUROT, che deve i suoi natali a quando Maria Luigia, che aveva fatto del Collegio dei Nobili la propria residenza estiva, regalava al termine del Carnevale gli abiti utilizzati per le feste in maschera ai popolani, i quali il primo giorno di quaresima festeggiavano il Carnevale con gli sfarzosi costumi donati dalla Duchessa e con l’ uccisione e lavorazione del maiale.
Frate Salimbene de Adam deplora i mugnai di Reggio che in tempo di carnevale avevano indossato le tonache d'alcuni frati minori, e per dileggio se ne erano andati per le strade cantando e ballando, «in strata publica choreiçando cantabant», - e per questo furono duramente puniti -, con percettibile ammirazione egli descrive un episodio di devozione comunitaria in Parma, nel tempo dell'Alleluia.
CORSO DI STORIA DELLA PASTICCERIA
PARMA: VENTI SECOLI DI DESSERT
OBIETTIVI DEL CORSO
Il corso ha lo scopo di far conoscere la vita della città di Parma attraverso l’evoluzione, nel corso dei secoli, dell’ ”arte bianca”. Un viaggio storico-gastronomico, dagli antichi romani ai Comuni medioevali, dalle tavole imbandite del Ducato dei Farnese, al periodo dei Borbone e di Maria Luigia d’ Austria, con la nascita delle botteghe e della produzione di pasticceria artigianale come oggi la conosciamo, fino al Regno d’Italia e alla proliferazione delle industrie dolciarie
Una parte del corso, in laboratorio, è dedicata alla preparazione dei dolci da realizzare utilizzando le ricette dei periodi storici considerati.
DAGLI ETRUSCHI AI ROMANI: “L’arte culinaria” di Apicio documenta la produzione di dolci nell’antichità a base di miele, frutta, sciroppi, frittelle, mandorle, sorbetti.
Laboratorio:
CALICI DI NEVE DOLCE
CREMA ETRUSCA E PINOCCHIATE
DOLCETTI DI COCCORA
PLACENTA CON DOLCE SORPRESA
PADELLATA DI PERE
IL MEDIOEVO E L’ ETA ’ COMUNALE: I dolci dei monasteri; lo zucchero di canna, la circolazione delle spezie, i primi biscotti dolci, il marzapane e le torte ai canditi.
Laboratorio:
PANFORTE
PANETTONE
TORRONE
SORBETTO DEL PELLEGRINO
SPONGATA
L’ ETA ’ DELLE SIGNORIE: Le scoperte geografiche introducono il cacao e il caffè. A corte si allestiscono grandi banchetti con trionfi di zucchero marzapane e croccante. Nasce la pasta sfoglia e le prime torte dolci.
Laboratorio:
TORTA DI ZUCCA
DIRIOLA
TORTA DI ANGUILLA E SPINACI
ACQUA DI ROSE, LATTE DI MANDORLE
PERE AL VINO GRECO
IL DUCATO DEI FARNESE: Il cioccolato, i dolci lievitati, la mescolanza di dolce e salato.
Laboratorio:
TORTA DI PELLE DI CAPPONI
ARCUSCUSSO ALL’ AFRICANA
PASTICCETTI E CROCCHETTE DI BIANCO MANGIARE
“DELFINO” DOLCE AL MARZAPANE CON UOVA FILATE
POLPETTONCINO DI VITELLO DOLCE
I BORBONE E MARIA LUIGIA: Nasce la figura del pasticcere; le contaminazioni della pasticceria francese e austriaca. Le prime pasticcerie: i cannoncini, i bignè, le glassature.
Laboratorio:
CHIACCHIERE DI SUORA
PATON ‘ NA
OSSA DEI MORTI
CIPREN
TORTA DI LINZ
KOUGELHOPF
DOLCE DI RISO
DOLCE ALLA SCIANTILE
DOLCE DI PANE
DONCHISSE ALL’ INGLESE
ANTICA TECNICA PER FARE IL PAN DI SPAGNA
DAL REGNO D’ ITALIA AL PRESENTE: Lo zucchero di barbabietola, i semilavorati, la surgelazione, l’industria dolciaria, influenza della moda e dei media, il mercato globale.
Laboratorio:
MAMMELLE ITALIANE AL SOLE
AFRICANI
TORTA UNGHERESE
TORTA SACHER
CHEESCAKE
ROSE DEL DESERTO
MUFFINS
TORTA DI MARS

STORIA DELLA CITTA’

Il periodo dei Borbone e Maria Luigia d'Austria
Con l'estinzione dei Farnese, avvenuta alla morte di Antonio (1731), Parma inizia una fase di decadenza. Per diritti ereditari il ducato passa a Carlo infante di Spagna, figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, che, insediatosi dopo il 1734 a Napoli, trasferisce nella reggia partenopea le principali raccolte della famiglia materna, spogliando completamente Parma del suo straordinario tesoro di opere d'arte, che si trovavano nelle residenze ducali di Parma, Colorno e Sala Baganza.
Con la pace di Acquisgrana (1748), il fratello di Carlo I, Filippo - che sposerà Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV - diviene duca di Parma, Piacenza e Guastalla, aggiungendo ai territori del ducato anche buona parte della bassa reggiana.
Dall'influenza spagnola si passa così a quella francese: la politica riformatrice di questa dinastia, forte della cultura illuminista, consente al ducato di riprendersi.
Dopo il 1759 la decisa azione del primo ministro Guillaume du Tillot imposta uno stato moderno, fondato sull'organizzazione civile e sull'economia industriale; durissima inoltre la sua lotta contro i privilegi ecclesiastici, fino all'allontanamento voluto dalla duchessa Amalia, figlia di Maria Teresa d'Austria e moglie del duca Ferdinando.
Parma vive allora uno dei suoi periodi di maggior splendore, arricchendosi di eleganti architetture neoclassiche, di nuove strutture urbane e di importanti istituzioni quali la Biblioteca Palatina, la Stamperia Reale diretta da Giambattista Bodoni, il primitivo nucleo del Museo Archeologico, formato dai reperti provenienti dagli scavi dell'antica "Veleia", la Quadreria, l'Orto botanico.
La politica del ministro du Tillot è ripresa durante la parentesi del periodo napoleonico (1802-1814), quando si costituisce il nuovo Dipartimento del Taro. 
Il Congresso di Vienna del 1815 assegna il ducato a Maria Luigia d'Austria, seconda moglie di Napoleone Bonaparte (1815-1847), che governa dal 1816 al 1847 avviando una politica di stato assoluto ancora con ministri di origine straniera.
La duchessa attua un programma di sviluppo e di riforma delle strutture assistenziali e delle opere pubbliche, rinnovando anche la veste urbanistica e architettonica della città e potenziando le vie di comunicazione, con la realizzazione della strada Parma-La Spezia e di numerosi ponti, tra i quali quello sul Taro lungo la Via Emilia.
Vengono allora ammodernate le residenze ducali, con l'ampliamento del Casino dei Boschi a Sala Baganza, ridisegnati i Giardini Ducali di Colorno, aperto al pubblico ilGiardino Ducale di Parma.
Il prestigio dell'"amata sovrana" fu tale che il ducato non ebbe a risentire dei primi moti risorgimentali.
Nel 1847, alla morte di Maria Luigia, il ducato tornò ai Borbone, l'ultimo dei quali, Carlo III, muore pugnalato in città nel 1854, lasciando la vedova Luisa Maria di Berry.
Il 15 settembre 1859 viene dichiarata decaduta la dinastia borbonica e Parma entra a far parte delle province dell'Emilia, rette da Carlo Farini. Nel 1860 il plebiscito decide l'annessione al Piemonte e quindi al regno d'Italia.
Dall'unità alla liberazione
Con la costituzione dello stato unitario, Parma risentirà fortemente del declassamento da capitale di Stato a semplice capoluogo di provincia, con una grave crisi sociale ed economica. La rete ferroviaria Piacenza-Bologna nel 1859 e i tratti per Fornovo e Suzzara (1883) sono le nuove direttrici della riorganizzazione infrastrutturale del territorio.
La vivace attività sindacale nella seconda metà del XIX secolo porta alla nascita della Camera del Lavoro (1893); seguono agitazioni e violenti scioperi, culminati nel grande sciopero agrario dal 1° maggio al 25 giugno 1908.
La contrapposizione al fascismo vive il suo momento più drammatico dal 1° al 6 agosto 1922, quando Italo Balbo cerca di entrare nel popolare quartiere dell'Oltretorrente di Parma. I cittadini si organizzano allora negli "Arditi del popolo", riuscendo a respingere gli squadristi: questo episodio, noto con il nome di "le barricate", costituisce il primo episodio di Resistenza in Italia.
Durante la seconda guerra mondiale, agli ingenti danni, distruzioni e lutti dei bombardamenti si aggiungono moltissimo scontri, soprattutto nei teatri delle alte valli del Taro e del Ceno, con la formazione di zone libere controllate dai partigiani, fino alla liberazione del 25 aprile 1945.
1 libbra = 328 gr
1 oncia = 27 gr
La rappresentazione del pasto etrusco non è quella del banchetto ma del simposio greco: i convitati sdraiati consumano pani, grappoli d’ uva, focacce e vino nella cornice della musica e delle danze.
I Romani, nelle rappresentazioni, mangiano prevalentemente carne e il loro banchetto non è il simposio ma un atto di natura religiosa: sacrificare agli dei. C’è un pranzo per lo stomaco e una cena per la “gola” . A cena anche il pane diventa una leccornia: quello Piceno è fatto di grano impastato al succo d’ uva e cotto al forno. Il dessert precede la cena e si chiama “gustatio”, a base di olive, uova, pane e vino mielato. La componente dolce dell’ alimentazione romana è fatta di miele e succhi di frutta. Durante le campagne militari i soldati si sfamano con gallette chiamate puls , “merendine” di cereali da sciogliere nell’ acqua o nel latte con l’ aggiunta di miele e col sanguinaccio. I condimenti principali descritti da Apicio sono 9 : pepe, garum, olio, miele, levistico, aceto, vino, cumino, ruta e coriandolo. Il gusto dominante è quello agrodolce tanto che si usa mischiare miele e garum o miele aceto e frutta; dalle ricette del medico Galeno apprendiamo anche che esistevano dolci a base di burro, farina e miele.
Il desco medioevale ha due protagonisti ricorrenti: il vino in sostituzione dell’ acqua, facilmente infetta e la pentola sul fuoco del camino per cuocere legumi e verdure.
La vita alimentare del castello ruota attorno agli arrosti della caccia e alla convivialità con musici, giocolieri e mimi , quella del monastero, più ostentatamente frugale, attorno al pane.
I dolci presenti a Parma nel Medioevo erano dolcificati con miele e sughi di frutta. Esistono testimonianze a Parma, sin dal Trecento, riguardanti la produzione di sciroppi ed altre preparazioni dolci destinate agli infermi.
I monasteri producono la spongata secondo antiche tradizioni
Dal XIII al XV secolo l’influsso più importante per la storia della pasticceria è legato ai contatti con la cultura araba che introduce il concetto di dolce e di piccante, una secolare cultura dolciaria e, soprattutto, lo zucchero di canna , considerato una raffinata spezia.
Si passa ad un utilizzo quotidiano della castagna e questo influenza anche la preparazione dolciaria.
Nasce la figura del fornaio e quella dell’ oste.
Il banchetto nuziale medioevale prevede la distribuzione di dolci: in particolare ciambelle e biscotti a forma di grandi bracciali.
Nasce la “tavola” e l’ “etichetta” moderna con cibo e bevande distribuiti in piatti e ciotole individuali, il coltello e il cucchiaio.
Il fornaio inizia ad aggiungere al pane uova,formaggi, aromi, frutta secca, carne: la pasticceria nasce come arte di preparare i “pasticci” ossia tutte le vivande dolci e salate cotte al forno in un involucro.
Lo zucchero a Parma appare solo nel Quattrocento nei documenti daziali. Al 1454 ( quando Parma faceva parte del ducato di Milano) risale la prima menzione della spongata di Brescello La ricetta consisteva in due dischi di pasta ripieni di miele, noci, pinoli, uva passa e spezie.
Nel corso della sesta crociata i francesi apprendono in Egitto la preparazione dei bignè, allora fritti.
Nel Cinquecento, e precisamente nel 1581, Michel de Montagne, mangia a Berceto la mostarda : si tratta di una conserva di mele, mele cotogne o arance con aggiunta di una salsa a base di senape e aceto.
Caterina de’ Medici diffonde in Francia la moda dei bignè, gli Spagnoli iniziano a far uso di cioccolato.
I FARNESE ( 1545-1731)
Nel Seicento la corporazione degli speziali fa dichiarare di propria esclusiva la vendita marzapani, pignoccate, mostazzoli, confetture, canditi, spongate, panpepati, mostarda, persicata.
Ne nacque una diatriba coi conventi locali come quello di S. Giovanni che fabbricavano e vendevano dolci in città. Ai limonatieri, venditori di bevande e sorbetti, era concessa la mescita di una nuova bevanda medicinale: il caffè.
Con l’avvento della corte ducale si afferma una produzione di qualità di “lavori di zucchero” di tutti i tipi descritti da due cuochi farnesiani nei loro ricettari: il NASCIA e il DALLI. Nel 1681 Nascia lascia scritta la preparazione della “chioccolata”. Non molti anni dopo i primi caffettieri erano in grado di proporre la bevanda ai loro clienti.
Nel Settecento nasce la corporazione dei caffettieri: nei caffè si vendevano anche the e cioccolata oltre che dolci, confetture e biscotteria. La vendita del caffè veniva autorizzata dagli speziali col pagamento di una tassa.
Il metodo di preparazione della cioccolata era primitivo e faticoso: si iniziava con la tostatura delle fave in una padella; le fave venivano sbriciolate attraverso dei crivelli per ottenere il cacao. Questo veniva scaldato sul fuoco finché diveniva lucente e lo si batteva in un mortaio per trasformarlo in pasta. Si aggiungeva poi lo zucchero dello stesso quantitativo e lo si aromatizzava con la vaniglia. I pani ottenuti venivano sbriciolati nell’ acqua e frullati.
Nel 1751 Don Filippo ( Borbone 1732-1795) autorizzò la nascita di un “ collegio dei caffettieri e sorbettieri “ autorizzati alla libera vendita di bevande di cioccolato, the e caffè, limonate, lattate, sorbetti, gelati, sciroppi, biscotteria e dolci di ogni sorte. Solo i caffettieri potevano fabbricare questi prodotti dopo aver passato un esame pratico di fronte a cinque anziani dell’ arte dolciaria. Nel 1751 i caffè aperti erano 16. A fine secolo nasce l’ organizzazione degli offellari, fabbricatori di dolci, separati dai caffettieri. Nel Settecento solo la corte borbonica, che disponeva in cucina di personale francese e spagnolo, aveva la possibilità tecnica ede economica di produrre dolci all’ altezza dei migliori standard europei.
Nel 1769 il Duca Don Ferdinando sposa Maria Amalia d’ Asburgo-Lorena. Al seguito di Maria Amalia c’è il fornaio viennese Francesco Mimlich incaricato della preparazione del pane della duchessa. Mimlich introduce a Parma i kipfel ( chifferi) , panini al latte a forma di cornetti con farina lievito e burro. L’aggiunta di zucchero non venne che più tardi e i “chifferi mandorlati” divennero una specialità solo nel ventesimo secolo. Anche Maria Luigia dimostrerà una predilezione per questa specialità settecentesca. Con l’annessione di Napoleone (1796-1815) il Mimlich si trovò disoccupato e decise di aprire una bottega in strada S.Barbara ( oggi Via Garibaldi) vicino al palazzo ducale iniziando a vendere i suoi “pani al burro” e incontrando un buon successo.
A fine secolo nasce in Francia il cannoncino nella variante fatta con pasta sfoglia e importato a Parma dai pasticceri di Maria Luigia
All’inizio dell’ Ottocento gli offelari verranno definiti pasticceri, a Parma i bombonén.Nel 1809 le pasticcerie sono 4, nel 1839, con Maria Luigia sono 9 e nel 1857 sotto i Borbone diventano 11.
Lo zucchero utilizzato era ancora quello di canna, molto costoso, proveniente dalle colonie olandesi, spagnole, portoghesi inglesi e francesi.. La produzione di zucchero di barbabietola viene sviluppata dai francesi a partire dal 1812 e avrà piena diffusione a partire dalla metà del secolo in seguito all’ abolizione della schiavitù nelle colonie d’ America.
All’ epoca di MARIA LUIGIA (1815-1847) la pasticceria era una branca della cucina e si occupava dei prodotti da forno mentre la credenza o confettureria era un servizio a sé stante dedicato alle preparazioni di zucchero. Il garzone doveva sottoporsi a un apprendistato lungo, in condizioni di lavoro pessime di 12-14 ore, per la presenza di fuliggine, umidità e insetti e solo dopo tanti anni poteva ambire a un ruolo di aiuto pasticcere o canditiere, non prima dei 30 anni era possibile aprire una bottega in proprio.
Il personale di pasticceria e canditeria ducale era per metà francese e per metà italiano mentre negli ultimi due decenni il responsabile divenne austriaco. Il pasticcere disponeva dell’ aiuto di uno o due garzoni ed era impegnato nell’esecuzione dei pezzi da montare per le composizioni monumentali dei grandi ricevimenti, composti anche da 300 ospiti, con l’ utilizzo di meringhe, croccanti, sfoglia e ovviamente zucchero lavorato e colorato.
Nel 1821 venne a Parma il famoso canditiere (o credenziere) VINCENZO AGNOLETTI che aveva pubblicato a Roma il più importante testo dell’epoca “LA nuova cucina economica”, mentre a Parma curò il volume “Le arti del credenziere confetturiere e liquorista” pubblicato a Roma nel 1822. Agnoletti introduce la moda dei bignè ripieni di crema (choux). Caratteristico di Parma il farcirli allo zabaglione. Dopo Agnoletti fu la volta del torinese Francesco Capello dal 1832 al 1844 a testimonianza del valore internazionale raggiunto dalla pasticceria piemontese in quell’ epoca.
Maria Luigia era ghiotta di cioccolata, krapfen e gelati al caffè. Dal 1815 al 1831 la pasticceria del ducato è prevalentemente di gusto francese mentre dal 1831 al 1847 prevale il gusto viennese: la moglie dell’ imperatore Napoleone torna lentamente al proprio ruolo di figlia dell’ imperatore d’ Austria.
A corte si preparano più di 240 tipi di dolci del tutto simili ai dolci di produzione attuale. Nello stesso periodo in città i dolci che vanno per la maggiore presso nobili e ricchi borghesi locali, sono Krapfen, chiacchiere, tortelli dolci fritti (gonfietti) , torta Kugelhupf, torta di Linz, meringhe, choux, praline oltre ai tradizionali torrone, spongata e panettone.
Le pasticcerie dell’ epoca sono gestite dai milanesi che fanno conoscere ai parmigiani il panettone.
Con l’ arrivo dei BORBONE ( 1847-1854) anche le cucine di corte subiscono dei cambiamenti a partire dal 1848. Rimane la predilezione per la pasticceria francese, sparisce quella austriaca ma si affaccia quella inglese nel settore della biscotteria
Nella seconda metà dell’ ‘800 il ceto medio parmigiano va in pasticceria. Il bossilan ( ciambella) , a base di farina e uova non è ancora un dolce. Le brioss sono paste lievitate con ripieno di marmellata ma non sono la brioche francese. Vanno per la maggiore spongata, mostarda e torrone.
Con l’ Annessione al Regno d’ Italia del 1859 , Parma entra in una crisi economica e le pasticcerie scendono a 8 ma rifiorisce a fine secolo e sono presenti 13 pasticcerie: la più frequentata, quella di Salvini Luigi, si trova in Strada Mazzini mentre in Piazza Garibaldi appare quella di Bizzi Romeo.
Pietro Raineri, farmacista di Zibello, produce dal 1832 al 1864 ottimi torroni, nel 1865 a Busseto Angelo Muggia inizia la fabbricazione dell’omonima spongata
A Salsomaggiore Angelo Colombo produce con successo gli “amaretti Romagnoli”, in seguito apprezzati anche dalla Regina Madre.
Molinari nel 1890 produce una spongata “ non tenace al dente”, va molto la mostarda piccante e la cotognata.
Copiando da Cremona i pasticceri locali producono il loro torrone. Per Santo Stefano si realizza una croce di zucchero candito, per tutti i Santi teschi e ossa da morto, per S: Ilario le scarpette con lo stesso impasto. A fine secolo si vendono krapfen, torte di riso, panettoni, ciambellani e gonfietti “ alla parmigiana”. La pasticceria Cavour introduce la torta “africana”e nascono le paste mignonnes dette “pastine per soirè”.
Agli inizi del Novecento Romeo Bizzi importa la pasticceria del sistema torinese, tipico della belle époque e crea un salottino al mezzanino per la clientela di riguardo. Nel 1915 le pasticcerie sono 15, la Cavour inventa il “pane di S. Ilario” e vanno per la maggiore i cialdoni alla panna montata.
Dal 1896 fiorisce la reggiana spongata Benelli mentre Muggia produce anche mostarda e ripieno per tortelli.
Nel 1927 le pasticcerie salgono a 25, le più frequentate sono Bizzi, Provinciali e Pagani. Nel 1930 sono anche attive due fabbriche di cioccolato e sei di biscotti; la più rinomata è la fabbrica di cioccolato Banchini
La fabbrica di cioccolato di Banchini era all’ inizio di via Trento e contava 39 operai. Il periodo più prospero fu dal 1890 al 1915, con esportazioni persino in Francia. Venne bombardata durante la guerra e chiuse i battenti negli anni ’50.
I dolci che vanno per la maggiore sono i ciprén, i krapfen, le veneziane e i gli economici pattonini di farina di castagna. Ottimi i bignè caramellati di Bizzi, i cannoncini di Provinciali allo zambajòn, gli Africani e le millefoglie. La specialità di Pagani era ed è la torta Ungherese, derivata dall’ ungherese torta Dobos. Apprezzatissima in città la Zuppa inglese con molto liquore.
Molto diffuso nella Parma anteguerra anche l’ africano. Infine gli àmor, mattonelle di due cialde con al centro una farcia di burro, zucchero e crema di nocciole.
La conquista romana e la riorganizzazione del territorio


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I 24 manieri dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza non sono solo da visitare ma si devono anche “assaporare” grazie alle Ricordanze di Sapori, eventi in costume celebrati tra le delizie della tavola e del bicchiere. L’iniziativa, una volta limitata all’estate, questa volta si prolunga per tutto settembre, per permettere a tutti di immergersi nelle magiche atmosfere medioevali e rinascimentali.(continua) . | |||||||